30 giorni fa, dopo due mesi dalla Maratona di Berlino, una nuova sfida: Campo di Sopravvivenza.

7 giorni in un bosco in Toscana con a disposizione solo un coltello, un sacco a pelo, un telo di plastica 3×2, 2 scatolette di tonno da 100 gr netti e 2 di fagioli da 150 gr.

Nessun agio: telefonino, libro, bagno, acqua corrente o altro.

Gli unici vestiti quelli che si hanno addosso al momento dell’arrivo e nessun cambio a disposizione.

Dalle 5 del pomeriggio per 14 ore in silenzio, senza contatti umani. Soli nel proprio bivacco in mezzo al bosco.

Molti mi hanno chiesto: “Perché lo fai?”

Ho sempre pensato che per poter crescere bisogna uscire dalle zone confort. Il campo, come la maratona o tante altre prove, è un modo come un altro per mettersi in gioco, per scoprire parti di noi che nel quotidiano non riusciamo ad apprezzare o a far emergere.

Per conoscere noi stessi dobbiamo affrontare le nostre paure e difficoltà.

Solo uscendo dagli schemi possiamo migliorare le nostre potenzialità ed indebolire le nostre convinzioni limitanti.

Rimanere all’interno delle nostre certezze, comodità e schemi ci indebolisce.

Quando ho intrapreso questa sfida partivo con la convinzione che “Tutti noi abbiamo già le risorse dentro di noi”. Il mio compito era quello di gestire lo stato emotivo per poter accedere a tutte le mie potenzialità. Tutti noi abbiamo le capacità per gestire la fame, il sonno o la stanchezza.

Definire l’esperienza solo come un “Campo di sopravvivenza” sarebbe riduttivo. A due settimane dal rientro lo definisco senza dubbi un campo di Educazione Emozionale. Freddo, solitudine, fame, pioggia, e tanto altro, sono stati gli ingredienti di un percorso più complesso e profondo che ha spostato in maniera definitiva il mio focus su nuove consapevolezze. Il dolore, il sacrificio, la collaborazione, il silenzio come mezzo per trovare un nuovo equilibrio sia dentro di me che con il mondo che mi circonda. Ogni attività è stato un processo educativo fondamentale per fortificare le mie risorse interiori e per indebolire i miei pensieri limitanti.

Nonostante delle difficoltà oggettive che il campo crea come freddo, pioggia, la scarsità di cibo, la gestione dello stato emotivo mi ha consentito di non sentire fame, sonno, freddo mantenendo un livello energetico alto.

Gli ingredienti per superare in serenità i 7 giorni sono stati:

  • Pensare ed agire un passo alla volta. Non ho mai pensato alla fame del giorno dopo e al freddo e alla solitudine della notte. Ho sempre agito nel qui ed ora impegnandomi in più attività possibili.
  • Trovare gli alleati. Li ho cercati subito nei responsabili del campo facendomi guidare e nei miei compagni di viaggio.
  • Gli esseri più forti sono quelli che collaborano e hanno una visione sistemica della situazione. Sarà un caso che sono uno psicoterapeuta sistemico?
  • Impegnarsi al massimo. In una situazione in cui apparentemente il fare meno avrebbe permesso di risparmiare energie per sentire meno fame, ho spinto il mio corpo a fare qualsiasi tipo di attività. È con le azioni che addomestichiamo la mente, le paure e i pensieri limitanti.
  • Pur non avendo avuto a disposizione né libri né pc, ne ho approfittato per rimettere in ordine le idee.
  • Godersi la possibilità. Una settimana senza interferenze esterne, notizie o altro mi ha permesso di apprezzare la semplicità del tutto.

Perché la foto della noce? È stato un “premio” che ricevetti il secondo giorno. La misi in tasca e mi dissi che se non l’avessi mangiata sino al rientro significava che ero riuscito a gestire qualsiasi dubbio, paura o debolezza dovuti alla fame, al freddo o al sonno. Al campo rappresentava un bene prezioso, in assenza di cibo era una fonte di energia centrale. Riportarla integra rappresenta la mia medaglia del campo. Il simbolo della fierezza.